Riflessione della settimana

di E. Green

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           “Porgi a me il tuo orecchio, affrettati a liberarmi, sii per me una forte rocca, una fortezza dove mi porti in salvo, Tu sei la mia rocca e la mia fortezza” (Salmo 31,3). Con questa immagine abbiamo iniziato il nostro culto. Qui abbiamo due immagini, la fortezza che è sicuramente costruita sulla rocca. Pensate a Roccatederighi, c’è la rocca e sulla rocca la fortezza. Infatti, per le scritture, tra rocca e fortezza vi è poca differenza. Allora, che cosa vogliono rappresentare? Sicuramente un rifugio  “Dio solo è la mia rocca e la mia salvezza, il  mio alto rifugio”. Dio è un luogo in cui sono, siamo al sicuro. La rocca è l’immagine per eccellenza della solidità e della stabilità. Perciò possiamo confidare in questo Dio. La rocca rappresenta l’assoluta affidabilità di Dio. Perché? Perché la rocca è ferma. La rocca non si muove. Lo vediamo bene dalla parabola delle due case, quando sono venuti i torrenti e i venti la sabbia non ha retta, si è sgretolata tutta, “la casa è caduta e la sua rovina è stata grande”. La casa costruita sulla rocca, invece, ha retto alle intemperie, non si è smossa, non è caduta.  Così la fermezza della rocca dà fermezza all’essere umano e ai suoi propositi: “Lui solo è la mia rocca, io non potrò vacillare” (Salmo 62,2). In altre parole, Dio non vacilla, Dio rimane fermo, Dio non cambia e quindi Dio è affidabile: “Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno” (Ebr 13,8).

            Tradotto in categorie filosofiche Dio diventa onnisciente, onnipotente e immutabile. Ed è in forza di questa immutabilità che noi possiamo fidarci di lui e affidarci a lui. In un’epoca come la nostra in cui niente, né lavoro, né relazioni, né luogo di residenza permane, in cui tutto è in uno stato di flusso, in qui la mobilità e la velocità sono all’ordine del giorno, Dio come  punto fisso,  punto fermo, irremovibile,  realtà affidabile diventa d’importanza fondamentale.

            Eppure, l’immutabilità di Dio non racconta tutta la storia. Ovvero è solo un aspetto della testimonianza biblica. I due brani che  abbiamo letto esprimono un’altra caratteristica di Dio, la sua capacità di cambiare idea “Io non sfogherò la mia ira ardente, non distruggerò Ephraim di nuovo”. Una gran parte del libro di Osea parla della decisione di Dio di punire il suo popolo Ephraim a causa della sua iniquità. E’ una costante della letteratura profetica, l’infedeltà del popolo al patto che aveva stretto con Dio, l’ingiustizia all’ordine del giorno nella società d’Israele diventano così intollerabili che Dio – il giusto sovrano – non può che punirlo. Eppure nel brano che abbiamo letto Dio decide di non eseguire questa sentenza “Io non sfogherò la mi ira ardente, non distruggerò Ephraim di nuovo”. Ha cambiato idea. “Il mi cuore si commuove dentro di me”, questo “commuoversi” è un “ribaltarsi”, Dio ha ribaltato la sua decisione. E perché? Sentite il modo in cui giustifica questo cambiamento: “perché sono Dio, e non un uomo, sono il Santo in mezzo a te e non verrò nel mio furore”. Questo versetto ci fa vedere l’Iddio immutabile in tutt’altra luce. Dio non è immutabile. Dio ribalta una sua decisione. Dio cambia idea. E cambia idea precisamente perché è “il Santo in mezzo a te”. E’ ovvio che per parlare di questo Dio l’immagine della rocca è del tutto inadeguata. Infatti, qui Dio viene paragonato ad una madre o ad un padre ovvero ad una figura genitoriale: “Quando Israele era fanciullo, io lo amai e chiamai mio figlio fuori’Egitto” (Os 11,1). Siamo davanti ad un Dio personale ma non un Dio che abita lontano seduto sul trono, nella fortezza costruita sulla rocca bensì un Dio che vuole entrare in relazione con l’umanità, che accompagna Israele, che lo “insegna a camminare” e che “li attira con corde umane con legami d’amore”, un Dio che non rimane separato e lontano dal popolo ma addirittura  è in “mezzo a te”. Un Dio che entra in relazione con noi non può essere che un Dio che cambia, cambia in risposta all’altro con il quale è in relazione. Non potrebbe essere altrimenti, se vogliamo fare un percorso insieme, se non voglio né distruggere l’altro né distruggere me stessa, sarò flessibile nei suoi confronti perché la rigidità distrugge la relazione, come Dio si sarebbe autodistrutto se avesse punito Israele.

            Due aspetti dello stesso Dio, un Dio fermo e solido come una rocca, un Dio in grado di cambiare idea, di ribaltare una decisione presa, un Dio mutabile! E Gesù? Il brano che abbiamo letto dal vangelo di Marco ci disturba un po’ e ci disturba perché mostra un Gesù del tutto umano, un Gesù con una visione molto precisa della sua missione, un Gesù che non è né immutabile né onnisciente ma un Gesù capace di cambiare idea. Una donna straniera, non appartenente a Israele gli chiede aiuto, anzi gli chiede di guarire sua figlia. Ma Gesù non ne vuole sapere, vuole circoscrivere la sua missione al popolo eletto, ai figli, “Lascia prima che siano saziati i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini”. Non è una risposta politically correct. Essere chiamati cagnolini, considerati definitivamente inferiori e dover aspettare chissà quanto non è una prospettiva esaltante per nessuno. Anzi, è decisamente discriminante nei confronti non solo della donna ma soprattutto di sua figlia ammalata. Ci è voluto la risposta pronta, ferma ma cortese della donna “Sì Signore, ma i cagnolini, sotto la tavola, mangiano le briciole dei figli” a fare riflettere Gesù. Gesù non poteva che concordare con la donna, ci sarà pure una tavola in mezzo ma i figli non mangiano tutto il pane e che cosa impedisce che i cagnolini ammessi comunque al banchetto (come nel medioevo) mangino le briciole? Niente. Gesù cambia idea in base a ciò che gli ha detto la donna “Per questa parola, va’ il demonio è uscito da tua figlia”. Gesù non aveva ricercato questa relazione bensì la donna che irrompe nella casa con la sua richiesta urgente. E quella richiesta stabilisce, per breve che fosse, un dialogo nel corso del quale Gesù cambia idea e la figlia è guarita. Poiché Gesù si confronta con la donna che ha davanti ambedue escono  cambiati da questo confronto. Ambedue sono più ricchi, Gesù ha guadagnato una visione più ampia della sua missione, la donna ottiene la guarigione di sua figlia. Come Dio, davanti alla prospettiva di distruggere ovvero non guarire Israele, cambia idea e non porta avanti il suo progetto, si ravvede anche Gesù cambia idea. In altre parole, la flessibilità, la capacità di entrare in relazione, la forza di ascoltare l’altro e cambiare idea di conseguenza caratterizza sia Dio che Gesù.

            Dio è una realtà scissa? Immutabile, solido, affidabile, stabile da un lato, e flessibile, mutevole, in grado di cambiare idea, dall’alto? Sì e no. Sì, perché Dio dimostra, paradossalmente ambedue di queste caratteristiche. No, perché in Dio non sono in contraddizione ma sono perfettamente integrate. Vorrei suggerirvi il seguente: Dio è in grado di cambiare idea proprio perché è stabile, permanente e fisso. Solo che la sua stabilità non si traduce mai in rigidità, quanti danni fanno i genitori rigidi. Per insegnare un bambino a camminare come aveva fatto Dio con Israele, bisogna flettersi, bisogna inchinarsi, bisogna essere agili, bisogna essere in movimento! Che Dio cambi idea e non proceda alla distruzione d’Israele è un segno di forza e non di debolezza. Che Gesù abbia l’umanità oppure la divinità di ascoltare la donna, di lasciarsi mettere in questione, di cambiare idea a proposito e agire di conseguenza non è un segno di debolezza o di indecisione bensì di forza. Potremmo dire che poiché Gesù era radicato in quella rocca che è un rifugio sicuro era in grado di lasciarsi convincere dalla sua interlocutrice.

            Dio è “Dio e non un uomo” e poiché è Dio, una forte rocca, può cambiare idea, può ribaltarsi il suo cuore, le “sue compassioni si accendono”. La flessibilità diventa un’aspetto della potenza e della forza divina. Potremmo dire che attraverso le scritture riusciamo a scorgere in Dio una personalità integrata la stessa personalità che era in Gesù e che possiamo pure noi avere.

Viviamo in tempi di grandi cambiamenti e mutamenti i quali possono renderci rigidi, fermi, desiderosi di barriere che separano i figli dei cagnolini. Ma la rigidità e  l’intransigenza, il non entrare in dialogo con altri, il non lasciarci cambiare dalla relazione con altri non è un segno di forza bensì di debolezza, non è un segno di Dio ma dell’umano. A volte anziché entrare in relazione con chi ci circonda, siamo un ostacolo alla relazione,  dall’inizio neghiamo il dialogo. A volte, anziché voler salvare l’altro lo vogliamo distruggere con le nostre idee, con le nostre parole, con la nostra presenza intransigente. Questa non è la via del Dio di cui testimoniano le scritture, l’Iddio che è una forte rocca , la nostra forza e il nostro rifugio, lo stesso ieri, oggi e in eterno, l’Iddio immutabile il quale però vuole attirarci a lui “con corde umane”,   cammina in mezzo a noi, ed è in grado di ascoltare, di ascoltarsi, di lasciarsi ribaltare il  cuore e ravvedersi, cambiare idea pur di salvare sia il suo popolo Ephraim sia la piccola figlia di una donna pagana. Un Dio che allo stesso tempo “siede sul trono” ed è “in mezzo a noi”.